Guida agli effetti: il reverb

Com’è nato l’effetto reverb? Un po’ di storia…

Il riverbero è di sicuro uno di quegli effetti che può giocare un ruolo determinante mentre siamo alla ricerca del nostro guitar tone  ideale e conoscere il modo in cui agisce sul suono è un aspetto assolutamente da non trascurare.

Più di altri, è importante conoscere il modo in cui “lavora” principalmente per un motivo: il riverbero in molto casi è un effetto perennemente in on  e un uso errato o approssimativo può avere un impatto peggiorativo sul nostro suono.

Prima di entrare più nel dettaglio però, proviamo a capire prima di tutto cos’è il riverbero e come si è sviluppato nel corso degli anni.

Volendolo spiegare in parole semplici, il riverbero è il riflesso nello spazio del suono originale e quello che fa un reverb artificiale (ad esempio un pedale) è proprio questo: crea una simulazione di spazio.

Ma come ricrearla artificialmente?

All’inizio gli esperimenti e i tentativi di riprodurre quest’effetto furono ambiziosi e in certi casi piuttosto costosi, ma alla fine i risultati arrivarono.

Negli studi di registrazione ad esempio, vennero create stanze riflettenti apposite in cui venivano posizionati dei microfoni in grado di catturare il riverbero che si creava all’interno.

Si trattava di una soluzione efficace che offriva risultati eccellenti, ma anche complessa da realizzare e non certo economica.

 

Il primo reverb artificiale: l’EMT 140

Non molti anni dopo, arrivò il primo reverb artificiale che venne ricreato attraverso l’ausilio di un apparecchio dal peso di 250 kg e lungo ben 2,5 metri: si chiamava EMT 140 Reverberation Unit e fece la sua comparsa nel 1957.

 

EMT 140 Reverberation Unit

 

Al suo interno venivano installati appositi pick-up che una volta catturato il suono riverberato trasmesso da dei trasduttori a delle piastre metalliche, lo convertivano in segnale elettrico.

Come già detto, fu una macchina decisamente ingegnosa e l’effetto generato era talmente caratteristico che ancora oggi esistono studi che dietro richiesta utilizzano l’EMT 140 per aggiungere riverbero ai suoni.

Anche qui però, come per le stanze riflettenti degli studi di incisione, c’erano dei limiti.

Il costo anche in questo caso era notevole e le dimensioni non permettevano di utilizzare l’EMT 140 in contesti diversi da quelli di uno studio di registrazione.

 

Il primo reverb “a molla”

Per avere un apparecchio più contenuto nelle dimensioni, ci vollero diversi anni e a realizzarlo fu la Hammond.

Infatti, fu proprio la nota casa produttrice di organi a realizzare il primo riverbero a molla.

La nuova scatola reverb  (come viene chiamata comunemente) messa a punto dalla Hammond, aveva due trasduttori montati alle estremità di una molla che veniva fatta vibrare dal segnale originale producendo l’effetto reverb.

Ben presto, il medesimo sistema venne ripreso da Leo Fender che cominciò a montare queste piccole unità sui suoi amplificatori e fu proprio così che nacque la famosa Black Face Series e in particolare il celebre Fender Twin Reverb (nella foto in basso un esemplare della metà degli anni ’60).

 

1964 – 1967 Black Face Fender Twin Reverb

 

Il Twin Reverb divenne l’amplificatore perfetto tanto in studio quanto dal vivo con i suoi 85 watt di potenza e il nuovo sistema reverb a molla installato al suo interno, rappresentava un immenso valore aggiunto.

Non è un caso se ben presto divenne l’amplificatore principale di moltissimi musicisti dell’epoca, senza distinzione di genere: chitarristi rock, blues, country, funk…tutti utilizzavano un Twin Reverb.

Ma va detto che Leo Fender (notoriamente abile nell’anticipare i tempi) non si limitò solo a questo.

 

Dalla Fender Reverb Unit all’evoluzione verso il digitale

 

1960’s Fender 6G15 Reverb Unit (fonte reverb.com)

 

Tra il 1960 e il 1961 la casa di Fullerton lanciò sul mercato la famosa Fender Reverb Unit; effetto “portatile” e in un certo senso quindi, l’antenato dei moderni reverb in formato rack o stomp-box.

Si trattava di qualcosa di molto simile ad una testata nell’aspetto, ma che in realtà nascondeva all’interno un reverb a molla con circuito interamente valvolare che poteva essere utilizzato su qualsiasi amplificatore.

L’effetto spring  che si trova su gran parte dei moderni reverb, è una riproduzione proprio dell’effetto riverbero di queste “testate” di casa Fender.

Da lì in poi, per molto tempo non ci furono evoluzioni significative nel mondo dei sistemi reverb e la svolta arrivò solo a distanza di parecchi anni con l’avvento del digitale che come avvenuto in altri ambiti, ha avuto il merito di ottimizzare e raccogliere in unità estremamente compatte tutto quello che si era appreso negli anni precedenti sul riverbero, con possibilità di regolazione e settaggio che nei vecchi reverb sarebbe stato impossibile aggiungere.

Detto questo quindi, è facile intuire che i moderni effetti reverb funzionano in maniera totalmente diversa dai sistemi vintage.

 

Boss RV-5 Digital Delay

 

I moderni digital-reverb  infatti, si basano su complessi algoritmi grazie al quale oggi in un piccolo stomp-box è possibile trovare ogni simulazione di riverbero possibile potendo scegliere tra svariate dimensioni d’ambiente,  possibilità di settare a proprio piacimento un gran numero di parametri e preset che riproducono in maniera assolutamente convincente le sonorità degli effetti reverb di stampo vintage.

A questo proposito quindi, proviamo a fare un breve excursus dei controlli che possiamo trovare su un moderno reverb.

 

Regoliamo il nostro reverb

Premesso che ogni casa produttrice realizza effetti con determinate specifiche e possibilità di regolazione, in generale ci sono alcuni controlli principali che si trovano su tutti i reverb reperibili in commercio:

  • FX LEVEL – regola il volume dell’effetto
  • DECAY/TIME – consente di regolare la lunghezza (detta anche coda) dell’effetto
  • PRE-DELAY – è un controllo fondamentale e consente di regolare la distanza che intercorre tra il suono originale e l’effetto

Inoltre, tutti i reverb (che siano stomp-box oppure rack) consentono di selezionare il tipo di ambiente.

Quelli che si trovano più comunemente possono essere:

  • ROOM – la cosiddetta room può essere small, medium o large e replica l’effetto reverb di una stanza di tre diverse dimensioni (piccola, media e grande per l’appunto)
  • HALL – simula il riverbero di una sala molto grande (quello che spesso si genera nelle sale da concerto oppure negli auditorium)
  • PLATE – simula l’effetto delle prime unità reverb con le lastre di metallo all’interno (come l’EMT 140 Reverberation Unit di cui si parlava all’inizio dell’articolo)
  • GATE – taglia la coda del riverbero in maniera netta
  • REVERSE – è un tipo di reverb nato con l’avvento del digitale che inverte l’effetto. In sostanza, avrete un riverbero che parte accennato e aumenta gradualmente (l’esatto contrario di come opera normalmente un riverbero quindi)

Conclusioni

A prescindere dallo strumento che suonate, il riverbero è un effetto fondamentale per la qualità e il carattere del vostro suono.

Come sempre, non resta che fare qualche esperimento per trovare il tipo di ambiente che più di tutti riesca a valorizzare il vostro tone.

 

 

 

 

 

 

officina106

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