“The Log”: le origini del Les Paul

 

Ci troviamo negli Stati Uniti all’inizio degli anni ’50.

In giro c’è in grande fermento.

La nascita del rock’n’roll, l’abbigliamento che diventa sempre meno formale e omologato, le auto sportive (le muscle cars come le chiamano dall’altra parte dell’oceano), i grandi scrittori della Beat Generation (e non solo) che influenzano gli stili di vita dei ragazzi più giovani.

L’epoca è quella dei grandi cambiamenti.

Non esistevano smartphone, in pochi avevano la tv in casa, ma quello che non mancava mai era una radio a valvole che trasmetteva musica 24 ore su 24, una costante colonna sonora sempre presente nella vita di tutti.

Anche il mondo degli strumenti musicali subiva scossoni non indifferenti grazie ad un’economia che cresceva senza sosta.

Erano anni in cui Martin, Fender, Gretsch e non ultima Gibson, stupivano il mondo con le loro creazioni.

Oggi parliamo proprio di quest’ultima e di quella che senza dubbio è diventata nel corso degli anni la chitarra più iconica del marchio americano: il Les Paul.

Più precisamente però, vogliamo raccontare quelle che sono le origini di questa grande chitarra.

Ufficialmente, l’anno d’introduzione è il 1952, ma badate bene perché il progetto originale realizzato da colui che poi diede il nome a questa mitica chitarra (parliamo del grande musicista nonché inventore Lester William Polfuss di cui parleremo tra poco) subì innumerevoli modifiche ed era molto diverso dalla chitarra che tutti quanti noi conosciamo.

Infatti, ci vollero più di dieci anni prima di arrivare alla “forma” definitiva (e comunque le modifiche proseguirono anche dopo!).

A questo punto, è doveroso aprire una piccola parentesi sul papà di questa grande chitarra.

Lester William Polfuss si diceva, classe 1915, originario di Waukesha nel Wisconsin.

Beh, avete bene a mente il modo in cui ascoltiamo musica oggi? Sapete come vengono registrati i dischi che tanto ci piace ascoltare?

 

Les Paul

 

Ora, provate a indovinare un po’ chi è l’inventore di tutto questo.

Esatto…parliamo della stessa persona che ha inventato una delle chitarre più famose di sempre: Les Paul.

Infatti fu lui ad inventare la registrazione multitraccia, la tecnica della sovraincisione e come se non bastasse, fu sempre lui a progettare il primo banco di registrazione a otto tracce.

Personaggio incredibile no?

Ora però torniamo a parlare di chitarre e riprendiamo da dove avevamo lasciato: il Les Paul.

Il progetto originale (che risale al periodo a cavallo tra il ’39 e il ’40) è conosciuto come “The Log”; un blocco centrale solido di legno di pino con attaccati nella parte superiore e inferiore quelle che in origine erano parti del body di una Epiphone di proprietà dello stesso Les.

 

“The Log”

 

A completare il prototipo, un manico originale Gibson, una tastiera della Larson Bros. e pick-up realizzati dallo stesso Les Paul.

Anche se da un punto di vista estetico il risultato non fu così esaltante (soprattutto all’inizio quando la chitarra era costituita esclusivamente dal blocco di pino centrale), quello che stupiva era il suono.

Inoltre, la risposta dinamica e il sustain dello strumento erano eccezionali.

Convinto di aver creato qualcosa di assolutamente inedito (e in effetti era così), il giovane Les mostra la propria creazione a Maurice Berlin, capo della CMI (all’epoca proprietaria di Gibson) il quale però apparve tutt’altro che interessato a questo strumento così strambo.

 

 

Questo però non scoraggiò affatto Les Paul che continuò a modificare il suo “gioiello” migliorandolo nell’estetica e nei dettagli tecnici per tutti gli anni a seguire.

Le cose cambiarono per mano di un altro grande inventore, Leo Fender che nel 1950 presentò al mondo la Esquire prima e la Broadcaster poco dopo, chitarre solid body che cominciarono ben presto a raccogliere i favori dei maggiori musicisti dell’epoca.

In quel momento Gibson aveva in catalogo esclusivamente chitarre hollow-body e a dirla tutta, l’azienda godeva di ottima salute in fatto di vendite.

Ma i tempi stavano cambiando, la musica stava cambiando e con esse anche le necessità e le richieste dei chitarristi dell’epoca.

Proprio in questo frangente, precisamente nel 1948 entra in scena un personaggio chiave nella storia di Gibson.

Parliamo di mr. Ted McCarty che diventa proprio in quell’anno capo del marchio americano.

Quando Fender tirò fuori il suo “asso nella manica”, McCarty intuisce immediatamente che questi nuovi strumenti realizzati ad ovest del paese non erano una semplice moda o comunque “esperimenti” che sarebbero ben presto caduti nel dimenticatoio.

Al contrario, questi nuovi strumenti avrebbero tracciato una nuova epoca in fatto di chitarre elettriche.

 

Les Paul

 

Insomma, era necessario correre ai ripari entro tempi ristrettissimi.

A questo punto però esistono diverse versioni di come siano andate realmente le cose.

Da una parte c’è chi sostiene che pur ispirandosi al progetto di Les Paul, Gibson di fatto realizzò la chitarra nella sua forma definitiva in maniera del tutto autonoma chiedendo solamente allo stesso Les Paul (all’epoca il chitarrista più conosciuto e influente del momento) di utilizzare la nuova chitarra essendo il musicista, già endorser del marchio; dall’altra si narra che l’intera fase progettuale e la realizzazione della chitarra fu seguita da Les Paul in persona che curò ogni singolo dettaglio di quella che lui considerava una sua creazione.

Difficile dire come siano andate realmente le cose e forse la verità sta nel mezzo, ma certo è che l’incontro tra i vertici Gibson e il chitarrista e inventore Les Paul sancirono nel 1952 la nascita di una chitarra iconica: la Gibson Les Paul “Gold Top”.

 

1952 Gibson Les Paul Gold-Top

 

Il resto, come si dice in questi casi, è storia.

Non entreremo troppo nel dettaglio in questa sede (conosceremo meglio i vari modelli in un altro appuntamento), ma è importante ricordare che l’evoluzione del Les Paul proseguì per tutta la decade ‘50s.

Negli anni subito successivi alla sua introduzione infatti, cambiò il sistema di bloccaggio delle corde passando dal cosiddetto trapezoidale al wrap around  utilizzato a partire dal 1954.

Successivamente venne aggiunto il ponte tune-o-matic  che grazie alle sellette regolabili, permetteva di rendere estremamente precisa l’intonazione dello strumento.

Nel 1956 fù introdotto il modello Custom (la chitarra venne chiamata Black Beauty dagli affezionati per via dell’estrema comodità dello strumento, top gamma di tutta la linea Les Paul che tra le tante montava una bellissima tastiera in ebano, caratteristica che migliorava la scorrevolezza della tastiera).

Altro momento chiave è sicuramente l’introduzione dei pick-up humbucker realizzati la prima volta da Seth Lover nel 1955.

Parliamo dei mitici PAF, più potenti dei single-coil e dei P-90 (questi ultimi montati su tutte le Les Paul prodotte fino a quel momento) con un suono creamy  e pastoso che rendeva più caldo e “morbido” il suono della chitarra.

Con l’introduzione di questi pick-up, sarebbe cominciata di lì a poco l’era delle Burst.

In particolare tra il 1958 e il 1959 vennero prodotti Les Paul di quella che possiamo definire la golden-era di questo modello di casa Gibson.

 

 

Con queste chitarre si passa da strumenti completamente verniciati (in genere in colorazione gold oppure black) ai modelli sunburst, che esaltavano notevolmente le magnifiche tavole in acero utilizzate per realizzare i top delle chitarre.

Cambiano i manici, che diventano più confortevoli e aumentano le colorazioni disponibili.

Negli anni a seguire la chitarra non subì modifiche significative e dopo un breve periodo di appannamento (sono anni in cui la Stratocaster, acerrima rivale, va per la maggiore), grazie a chitarristi come Eric Clapton, Jeff Beck, Jimmy Page (ci fermiamo qui perché la lista diventerebbe davvero troppo lunga) il Les Paul torna ai “vertici” e diventa la perfetta macchina da rock-blues col suo suono potente, graffiante e sporco.

 

Eric Clapton

 

Con questa chitarra sono state scritte alcune tra le più belle pagine della musica rock, ma non dimentichiamo da dove arriva questa grande chitarra: dai sabato pomeriggio, in una fabbrica chiusa agli operai per il week end dove un giovane e ambizioso musicista e inventore scrisse (come spesso accade senza saperlo) la storia.

Grazie Les!

Davide

Officina 106 Music Shop

 

 

Acoustic Corner – La cassa armonica: tipi e utilizzi

 

In quest’articolo parliamo di chitarra acustica e in particolare, proveremo a fare un po’ di chiarezza sul motore che da origine al suono di questo meraviglioso strumento: la cassa armonica.

In commercio si trovano svariati tipi di cassa armonica, ognuna con le proprie peculiarità in fatto di forme e dimensioni, ma soprattutto ognuna con il proprio “tone” caratteristico.

Con quest’articolo quindi, cercheremo di creare un piccola guida per aiutare soprattutto chi si è approcciato da poco al mondo della chitarra acustica, affinché risulti più semplice riconoscere immediatamente il tipo di chitarra che ci si trova davanti.

Per semplificare il lavoro, abbiamo raggruppato le casse armoniche in cinque grandi famiglie individuando le caratteristiche salienti e insieme le “inclinazioni” musicali di ognuna.

Cominciamo!

  • cassa Jumbo: le Jumbo sono in assoluto le casse armoniche con le dimensioni più generose tra tutte quelle reperibili in commercio. Hanno un deciso sbilanciamento sulle frequenze basse e non è un caso che la maggior parte delle chitarre di questa famiglia (con le dovute eccezioni), vengano realizzate con il fondo e le fasce in acero. Notoriamente infatti, l’acero dona maggiore brillantezza al suono e questo compensa le basse “poderose” di queste chitarre donando quindi un migliore equilibrio al suono generale dello strumento. Se suonate prevalentemente in strumming, una Jumbo si rivela (insieme alla Dreadnought di cui parleremo tra poco) di sicuro tra le più adatte a questo tipo di tecnica garantendo tra l’altro, tanto volume e grande definizione anche laddove si suoni con una certa energia. Non è un caso che molti cantautori la utilizzino per accompagnarsi durante le proprie performance trovando nel suo suono potente, pieno e profondo, il perfetto tappeto sonoro per la propria voce. Le Jumbo più ambite? Su tutte, la Gibson J-200 e la Guild F-55.

 

  • cassa Dreadnought: anche chi non ha mai suonato una chitarra acustica (o la chitarra in generale), associa quasi inconsciamente questo strumento ad una Dreadnought perché nell’immaginario collettivo questa rappresenta (anche per i non chitarristi quindi) la chitarra acustica per eccellenza. Il disegno della Dreadnought (il nome venne “rubato” da una nave da guerra inglese) venne introdotto da Martin e l’invenzione di questo tipo di cassa nacque dalla necessità dei chitarristi di “competere” con il volume naturale (parliamo di un periodo in cui l’amplificazione non esisteva) di strumenti quali ad esempio il banjo che veniva usato nelle country-band, formazioni molto in voga all’epoca. Un po’ come per le Jumbo, anche le Dreadnought hanno basse da vendere, ma in generale il suono risulta comunque più equilibrato; basse presenti e potenti, ma anche medie e alte al punto giusto che rendono questa chitarra perfetta per lo strumming (proprio come la Jumbo), ma con un occhio rivolto anche verso stili più solistici (il flat-picking su tutti). Non è un caso infatti che molti chitarristi bluegrass, suonando con tecniche miste (sia di accompagnamento che solistiche), prediligano chitarre con cassa Dreadnought. Anche qui le dimensioni sono generose, ma rimangono comunque strumenti assolutamente confortevoli da imbracciare e da suonare. Tra tutte le Dreadnought, spicca sicuramente quella che viene considerata un po’ all’unanimità la regina delle chitarre acustiche: la mitica Martin D-45.

 

  • casse 000/OM: apparentemente uguali, ma profondamente diverse nella sostanza. Già, perché anche se parliamo di casse armoniche sostanzialmente simili nelle dimensioni e nella forma, la differenza tra le due ha a che fare con la scala (la distanza tra nut e ponte) e questa peculiarità ha un’influenza enorme sul playing una volta imbracciate queste chitarre. Infatti, le 000 sono chitarre a scala corta (24.9’’); le OM (acronimo di Orchestra Model) hanno invece la scala lunga (25,4”). Questa differenza incide profondamente sul suono e sulla suonabilità dello strumento. Da una parte infatti abbiamo le 000, più “morbide” (concedeteci il termine non proprio tecnico, ma che rende bene l’idea) delle OM grazie alla scala corta che riduce la tensione delle corde. Dall’altra abbiamo le OM che con la scala lunga, pur risultando più “dure” da suonare, hanno una maggiore proiezione e definizione sonora. La scelta tra le due come sempre è di carattere soggettivo, ma di sicuro se vi piace suonare in fingerstyle, le 000 e le OM rappresentano una delle migliori scelte possibili, grazie alla presenza e all’attacco di cui queste chitarre sono dotate; caratteristiche che permettono di non far “perdere” le note pizzicate mentre suonate con la tecnica di cui sopra.

 

  • cassa Grand Auditorium: nel 1994 Bob Taylor introduce un nuovo disegno di cassa armonica (Grand Auditorium appunto) che rappresenterà di lì a poco, l’inizio della scalata nell’olimpo dei grandi per il marchio americano. Ben presto infatti, molti musicisti importanti (nonché chitarristi acustici solisti) cominciarono ad usare sistematicamente chitarre Taylor, complice l’elevata qualità costruttiva, l’indiscutibile comodità, ma soprattutto la grande versatilità di questi strumenti. Il segreto di questo successo va ricercato nell’intuizione di mettere insieme alcune delle caratteristiche sonore delle Dreadnought (volume e profondità) e delle 000/OM (presenza e attacco) dando vita così, ad un suono unico e adattabile ad ogni contesto. Non è un caso che molti turnisti, avendo innumerevoli “necessità” sonore, abbiamo usato ed usino tutt’ora principalmente chitarre Taylor (e simili) essendo queste, adatte sia allo strumming che al fingerstyle, nonché tecniche miste in genere. Chitarre incredibili!

 

  • cassa Parlor: le Parlor sono le “piccole” del mondo della chitarra acustica. Largamente utilizzate dai bluesman del passato (su tutti vale la pena citare Robert Johnson), ma allo stesso tempo le preferite di molti cantautori dell’epoca moderna. La cassa molto piccola di queste chitarre mette immediatamente a proprio agio il musicista e il suono è assolutamente caratteristico e riconoscibile. Timbro “nasale” come dicono gli affezionati, con un deciso attacco e medie molto in evidenza. Queste chitarre sono le compagne perfette per gli amanti del blues roots, del songwriter, ma a piccole dosi (ci piace usare quest’espressione) digeriscono bene anche il fingerstyle. Anche per questo tipo di cassa armonica, vengono generalmente utilizzate le misure 0, 00 e 000 che stanno ad indicare la combinazione tra dimensioni e profondità della cassa stessa. Più nello specifico, partendo dalla misura 0 fino alla 000, la cassa diventa gradualmente più grande, ma sempre meno profonda.

 

Siamo arrivati alla fine del nostro approfondimento.

Speriamo di aver fatto un po’ di chiarezza.

Ora, fate la vostra scelta!

Davide

Officina 106 Music Shop

 

 

 

 

 

 

Gretsch Guitars: storia di un mito

 

Gretsch, un nome che da sempre è sinonimo di rock’n’roll suonato a tutto volume.

Tutto ebbe inizio nel lontano 1883 a Brooklyn, dove Friederich Gretsch, immigrato dalla Germania, si dedica alla costruzione di batterie e percussioni.

Già, perchè una delle più importanti case produttrici di chitarre, in principio, non realizzava sei corde.

La produzione di chitarre infatti cominciò solo nel secolo successivo per mano di Fred, figlio di Friederich.

Fred si dimostrò fin da subito imprenditore abilissimo e, accortosi dell’inarrestabile espansione del mercato delle chitarre, decise di concentrare la produzione principalmente su quest’ultime.

Furono quelli gli anni in cui Gretsch si affermò come produttore di strumenti musicali di qualità elevatissima e negli anni ’50, complice il boom del rock’n’roll e i tanti musicisti importanti che utilizzavano strumenti della casa di Brooklyn, il marchio superò in termini di vendite e consensi i due principali concorrenti: Fender e Gibson.

Fu sempre in quella mitica decade che per mano di Eddie Cochran, uno dei musicisti tra i più popolari e innovativi dell’epoca, nacque quello che oggi viene definito il “Gretsch Sound”: un suono ricco di twang, corposo, potente e che negli anni divenne il marchio di fabbrica di gran parte delle band di quel periodo.

Eddie Cochran

 

Eddie, con la sua 6120 G Brand (chiamata così per la G impressa a fuoco sul top della chitarra) modificata con un P90 al manico, è senza dubbio una delle figure più importanti dell’allora neonato rock’n’roll e della storia della musica rock in genere.

Il modello tributo a Eddie Cochran

 

Cochran infatti, con il suo playing e il suo songwriting, influenzò molta della musica che arrivò dopo (nonostante la sua sia stata una carriera brevissima a causa di un incidente in auto che gli costò la vita all’età di appena 22 anni).

Negli anni, le chitarre che più di tutte hanno rappresentato il marchio americano sono state di sicuro la 6120 e la sua versione Custom 6136 che ai più è conosciuta con il nome di White Falcon.

Gretsch 6120
Gretsch G6120T
Gretsch G6136T White Falcon

 

 

 

 

 

Gli anni ’50 e gli anni ’60 furono di certo l’epoca d’oro di questi straordinari strumenti, grazie soprattutto ai nomi altisonanti che utilizzavano abitualmente chitarre Gretsch.

Si pensi oltre al già citato Eddie Cochran, a personaggi come Chet Atkins, Bo Diddley e non ultimo Elvis Presley immortalato più volte con una Country Gentleman.

Insomma, un “pedigree” che non temeva rivali.

Ad alimentare ulteriormente questo grande successo, ci pensò un altro musicista chiave della scena sixties; stiamo parlando di George Harrison che tra le tante utilizzò il modello 6122 (la semi-hollow della Gretsch) come chitarra principale per una parte significativa dell’era Beatles e non solo.

George Harrison con la sua Gretsch

 

Dopo decadi segnate da tanti successi, come spesso accade, complice l’arrivo di un nuovo filone musicale, insieme al successo di chitarristi come Clapton, Hendrix, Page e molti altri, Gretsch cominciò a perdere il suo “appeal” e in particolare, durante gli anni ’70 le vendite diminuirono sempre di più e in maniera inarrestabile.

In molti hanno attribuito la colpa del cattivo andamento della società alla nuova proprietà, la Baldwin Manufacturing che aveva acquistato la Gretsch dai nipoti del fondatore Friederch che gestirono brillantemente gli affari fino al ritiro e, appunto, alla vendita a Baldwin.

Baldwin con ogni probabilità non comprese il valore e il potenziale enorme di quel gioiello chiamato Gretsch e un generale disinteresse, unitamente ad un calo della qualità degli strumenti, portarono alla chiusura della ditta nei primi anni ’80.

Storia finita? …niente affatto!

Sulla scena infatti, arrivò Fred Gretsch III, ragazzo tanto intelligente quanto determinato il quale non accettò che il nome di famiglia restasse chiuso nel cassetto dei ricordi della storia della musica.

Una volta riacquistato il marchio, senza perder tempo, Fred III impose immediatamente standard qualitativi altissimi in fase di produzione irrompendo nuovamente sul mercato con due modelli storici: la 6120 e la 6122.

Nonostante il duro lavoro e le indiscutibili buone intenzioni di Fred III, anche in questa fase non mancò qualche errore di valutazione.

Infatti a partire dagli anni ’90 le riedizioni degli strumenti vintage, venivano realizzati con specifiche e caratteristiche più moderne che però a detta di musicisti, collezionisti e appassionati del marchio, snaturavano il suono e il feeling Gretsch.

Nonostante ciò, questa volta Gretsch riuscì comunque a rimanere a galla in quello che stava diventando un mercato sempre più competitivo e pieno di aziende concorrenti.

Un grosso contributo alla sopravvivenza lo diede senza ombra di dubbio un musicista amatissimo dal pubblico americano (e non solo) che utilizzava e utilizza tutt’ora esclusivamente chitarre Gretsch: il suono nome è Brian Setzer!

Brian Setzer

 

Poi nel 2002, la svolta.

Gretsch firma un accordo con Fender: la famiglia Gretsch conserva la proprietà e il marchio rimarrà comunque indipendente.

Fender mette a disposizione le proprie conoscenze del mercato “moderno”, nonchè sostanziosi mezzi economici, soprattutto per migliorare  le strategie di marketing, ambito in cui Gretsch faticava a tenere il passo per via dei grandi cambiamenti che interessarono il mercato in quegli anni.

John Frusciante (Red Hot Chili Peppers) con la sua fedele White Falcon

 

Inoltre, il contributo di Fender, spinse Gretsch a trovare nuovamente la sua vera identità, tralasciando le inutili modifiche fatte sugli strumenti degli anni ’90 e orientandosi piuttosto verso una riproduzione più fedele degli strumenti dell’era vintage.

Ai giorni nostri? Beh… siamo felici di poter dire che oggi Gretsch gode di ottima salute… e i chitarristi di tutto il mondo ringraziano!

 

Guida agli effetti: il chorus

 

L’utilizzo dell’effetto chorus, seppur non particolarmente diffuso tra i chitarristi moderni, ha rappresentato il marchio di fabbrica per molti chitarristi, soprattutto della decade ’80.

Come funziona l’effetto chorus?

La spiegazione potrà risultare un po’ tecnica, ma per semplificare, cominciamo col dire che il funzionamento del chorus è quanto di più simile ci sia a quello di un ensemble  di voci che si uniscono per un coro; abbiamo più suoni che si sovrappongono nello stesso momento e in effetti, è proprio quello che fa il chorus una volta attivato.

Provando ad entrare più nel tecnico quindi , questo particolare effetto crea istantaneamente delle copie del suono originale (che in gergo viene chiamato sorgente) sotto forma di ritardi e moduli pitch  (oscillatori a bassa frequenza chiamati LFO).

A quel punto subentra il panning  (spostamento del suono left/right) che insieme agli oscillatori di bassa frequenza di cui sopra, crea un movimento del segnale della nostra chitarra nel campo stereo restituendo un suono caratterizzato da una sensazione di tridimensionalità, nonchè, un leggero effetto di “stonatura”.

Regoliamo il nostro chorus

Anche se come avviene per altri effetti, i controlli possono essere diversi da produttore a produttore, in generale esistono alcuni controlli fondamentali che è possibile trovare su gran parte dei chorus reperibili in commercio.

Più in dettaglio abbiamo:

  • FX LEVEL/MIX – consente di regolare la quantità dell’effetto sul segnale originale
  • RATE – è il controllo che vi permette di regolare la velocità della modulazione. A livelli bassi di rate  il chorus sarà più ampio in quanto l’oscillazione nel campo stereo sarà più lenta; a livelli più alti, l’oscillazione più veloce renderà l’effetto più serrato e udibile
  • DEPTH – consente di determinare l’ampiezza dell’oscillazione dell’effetto. A livelli bassi di depth  il chorus sarà quasi impercettibile; man mano che si andrà ad aumentare il livello, aumenterà anche la presenza dell’effetto stesso

 

Curiosità

Il chorus nacque da un utilizzo creativo di quello che di fatto, era un difetto dei vecchi echo a nastro (su tutti l’Echoplex…foto in basso).

 

Maestro Echoplex EP-2

 

La ripetizione creata da questi vecchi delay  non era precisa e questo generava una modulazione che già all’epoca veniva chiamata chorus (o flanging  da cui alcuni anni dopo nacque il flanger); l’effetto veniva reso ancora più udibile impostando il ritardo al minimo.

Solo a distanza di alcuni anni, ricorrendo ad un particolare circuito elettronico BBD (in sostanza, un insieme di condensatori) i produttori crearono i primi effetti chorus.

 

Boss Chorus CE-1

 

Su tutti, vale la pena citare il CE-1 della Boss (foto in alto) che in fatto di chorus, oggi è considerato un pedale cult  tra gli amanti di quest’effetto.

Roland Jazz Chorus 120

 

Cosa che non tutti sanno, è che il Boss CE-1 trova origine nel leggendario amplificatore Roland Jazz Chorus da cui venne preso il circuito per creare un’unità effetto indipendente.

Guida agli effetti: il reverb

Com’è nato l’effetto reverb? Un po’ di storia…

Il riverbero è di sicuro uno di quegli effetti che può giocare un ruolo determinante mentre siamo alla ricerca del nostro guitar tone  ideale e conoscere il modo in cui agisce sul suono è un aspetto assolutamente da non trascurare.

Più di altri, è importante conoscere il modo in cui “lavora” principalmente per un motivo: il riverbero in molto casi è un effetto perennemente in on  e un uso errato o approssimativo può avere un impatto peggiorativo sul nostro suono.

Prima di entrare più nel dettaglio però, proviamo a capire prima di tutto cos’è il riverbero e come si è sviluppato nel corso degli anni.

Volendolo spiegare in parole semplici, il riverbero è il riflesso nello spazio del suono originale e quello che fa un reverb artificiale (ad esempio un pedale) è proprio questo: crea una simulazione di spazio.

Ma come ricrearla artificialmente?

All’inizio gli esperimenti e i tentativi di riprodurre quest’effetto furono ambiziosi e in certi casi piuttosto costosi, ma alla fine i risultati arrivarono.

Negli studi di registrazione ad esempio, vennero create stanze riflettenti apposite in cui venivano posizionati dei microfoni in grado di catturare il riverbero che si creava all’interno.

Si trattava di una soluzione efficace che offriva risultati eccellenti, ma anche complessa da realizzare e non certo economica.

 

Il primo reverb artificiale: l’EMT 140

Non molti anni dopo, arrivò il primo reverb artificiale che venne ricreato attraverso l’ausilio di un apparecchio dal peso di 250 kg e lungo ben 2,5 metri: si chiamava EMT 140 Reverberation Unit e fece la sua comparsa nel 1957.

 

EMT 140 Reverberation Unit

 

Al suo interno venivano installati appositi pick-up che una volta catturato il suono riverberato trasmesso da dei trasduttori a delle piastre metalliche, lo convertivano in segnale elettrico.

Come già detto, fu una macchina decisamente ingegnosa e l’effetto generato era talmente caratteristico che ancora oggi esistono studi che dietro richiesta utilizzano l’EMT 140 per aggiungere riverbero ai suoni.

Anche qui però, come per le stanze riflettenti degli studi di incisione, c’erano dei limiti.

Il costo anche in questo caso era notevole e le dimensioni non permettevano di utilizzare l’EMT 140 in contesti diversi da quelli di uno studio di registrazione.

 

Il primo reverb “a molla”

Per avere un apparecchio più contenuto nelle dimensioni, ci vollero diversi anni e a realizzarlo fu la Hammond.

Infatti, fu proprio la nota casa produttrice di organi a realizzare il primo riverbero a molla.

La nuova scatola reverb  (come viene chiamata comunemente) messa a punto dalla Hammond, aveva due trasduttori montati alle estremità di una molla che veniva fatta vibrare dal segnale originale producendo l’effetto reverb.

Ben presto, il medesimo sistema venne ripreso da Leo Fender che cominciò a montare queste piccole unità sui suoi amplificatori e fu proprio così che nacque la famosa Black Face Series e in particolare il celebre Fender Twin Reverb (nella foto in basso un esemplare della metà degli anni ’60).

 

1964 – 1967 Black Face Fender Twin Reverb

 

Il Twin Reverb divenne l’amplificatore perfetto tanto in studio quanto dal vivo con i suoi 85 watt di potenza e il nuovo sistema reverb a molla installato al suo interno, rappresentava un immenso valore aggiunto.

Non è un caso se ben presto divenne l’amplificatore principale di moltissimi musicisti dell’epoca, senza distinzione di genere: chitarristi rock, blues, country, funk…tutti utilizzavano un Twin Reverb.

Ma va detto che Leo Fender (notoriamente abile nell’anticipare i tempi) non si limitò solo a questo.

 

Dalla Fender Reverb Unit all’evoluzione verso il digitale

 

1960’s Fender 6G15 Reverb Unit (fonte reverb.com)

 

Tra il 1960 e il 1961 la casa di Fullerton lanciò sul mercato la famosa Fender Reverb Unit; effetto “portatile” e in un certo senso quindi, l’antenato dei moderni reverb in formato rack o stomp-box.

Si trattava di qualcosa di molto simile ad una testata nell’aspetto, ma che in realtà nascondeva all’interno un reverb a molla con circuito interamente valvolare che poteva essere utilizzato su qualsiasi amplificatore.

L’effetto spring  che si trova su gran parte dei moderni reverb, è una riproduzione proprio dell’effetto riverbero di queste “testate” di casa Fender.

Da lì in poi, per molto tempo non ci furono evoluzioni significative nel mondo dei sistemi reverb e la svolta arrivò solo a distanza di parecchi anni con l’avvento del digitale che come avvenuto in altri ambiti, ha avuto il merito di ottimizzare e raccogliere in unità estremamente compatte tutto quello che si era appreso negli anni precedenti sul riverbero, con possibilità di regolazione e settaggio che nei vecchi reverb sarebbe stato impossibile aggiungere.

Detto questo quindi, è facile intuire che i moderni effetti reverb funzionano in maniera totalmente diversa dai sistemi vintage.

 

Boss RV-5 Digital Delay

 

I moderni digital-reverb  infatti, si basano su complessi algoritmi grazie al quale oggi in un piccolo stomp-box è possibile trovare ogni simulazione di riverbero possibile potendo scegliere tra svariate dimensioni d’ambiente,  possibilità di settare a proprio piacimento un gran numero di parametri e preset che riproducono in maniera assolutamente convincente le sonorità degli effetti reverb di stampo vintage.

A questo proposito quindi, proviamo a fare un breve excursus dei controlli che possiamo trovare su un moderno reverb.

 

Regoliamo il nostro reverb

Premesso che ogni casa produttrice realizza effetti con determinate specifiche e possibilità di regolazione, in generale ci sono alcuni controlli principali che si trovano su tutti i reverb reperibili in commercio:

  • FX LEVEL – regola il volume dell’effetto
  • DECAY/TIME – consente di regolare la lunghezza (detta anche coda) dell’effetto
  • PRE-DELAY – è un controllo fondamentale e consente di regolare la distanza che intercorre tra il suono originale e l’effetto

Inoltre, tutti i reverb (che siano stomp-box oppure rack) consentono di selezionare il tipo di ambiente.

Quelli che si trovano più comunemente possono essere:

  • ROOM – la cosiddetta room può essere small, medium o large e replica l’effetto reverb di una stanza di tre diverse dimensioni (piccola, media e grande per l’appunto)
  • HALL – simula il riverbero di una sala molto grande (quello che spesso si genera nelle sale da concerto oppure negli auditorium)
  • PLATE – simula l’effetto delle prime unità reverb con le lastre di metallo all’interno (come l’EMT 140 Reverberation Unit di cui si parlava all’inizio dell’articolo)
  • GATE – taglia la coda del riverbero in maniera netta
  • REVERSE – è un tipo di reverb nato con l’avvento del digitale che inverte l’effetto. In sostanza, avrete un riverbero che parte accennato e aumenta gradualmente (l’esatto contrario di come opera normalmente un riverbero quindi)

Conclusioni

A prescindere dallo strumento che suonate, il riverbero è un effetto fondamentale per la qualità e il carattere del vostro suono.

Come sempre, non resta che fare qualche esperimento per trovare il tipo di ambiente che più di tutti riesca a valorizzare il vostro tone.

 

 

 

 

 

 

Guida agli effetti: il tremolo

Un po’ di storia…

In quest’articolo proviamo a fare chiarezza su un effetto tra i più affascinanti ed espressivi: il tremolo.

Cominciamo subito col dire che uno degli errori più comuni che lo riguarda è quello di confonderlo con il vibrato.

Allora, soprattutto per andare in soccorso dei meno esperti, proviamo a spiegare la differenza tra questi due effetti.

Da una parte abbiamo il vibrato che agisce esclusivamente sul pitch di una nota o di un accordo; dall’altra abbiamo il tremolo che agisce sul volume modulandolo, ma senza alterare l’intonazione della nota o dell’accordo che state suonando.

Ora entriamo più nel dettaglio.

Il tremolo è probabilmente uno degli effetti più semplici da utilizzare, ma allo stesso tempo, come si diceva all’inizio, rappresenta un “mezzo” dalle grandi capacità espressive in grado di dare ad un semplice accordo o ad un’intera parte arpeggiata un mood  quasi sognante; questo grazie al volume che modulandosi, crea un effetto che potremmo definire di sospensione

Pur essendo relativamente semplice da utilizzare, anche il tremolo come altri effetti, ha avuto una sua evoluzione.

 

1968 Fender Vibro-Champ Amp

 

Infatti, in principio il tremolo era una prerogativa esclusiva di alcuni amplificatori che montavano sistemi integrati.

Successivamente però, il digitale, come già avvenuto con altri effetti, ha rimescolato le carte e anche qui il dibattito sul tone del “vecchio” e del “nuovo” è aperto ancora oggi.

 

Dai sistemi valvolari al digitale

Possiamo individuare diversi tipi di tremolo tra cui:

  • tremolo valvolare : per essere precisi, viene chiamato tremolo valvolare “di potenza” perché agisce direttamente sul bias delle valvole distorcendo il segnale e restituendo un suono sporco e scuro. Pur essendo molto apprezzato per le sonorità particolari che riesce ad offrire, le valvole ne risentono non poco per via dell’azione diretta sul bias e gli amplificatori che montano questo tipo di tremolo necessitano di frequente manutenzione (tra cui la sostituzione delle valvole). Va detto che questo tipo di tremolo, al di là di alcuni tentativi di replica moderni, è possibile trovarlo quasi esclusivamente su alcuni amplificatori vintage

 

1965 Fender Tremolux Blackface Head con tremolo valvolare di potenza

 

  • tremolo a fotocellula : cominciò ad essere montato negli anni ’60 sui Fender Black Face e sui mitici amplificatori Vox. Qui il segnale viene filtrato attraverso un circuito con una lampada a sua volta collegata ad un oscillatore LFO che fa variare la resistenza della stessa modulando così il livello del segnale. Oltre ad essere meno costoso del tremolo valvolare di potenza, il tremolo a fotocellula, pur passando comunque attraverso il circuito valvolare, non usura le valvole in maniera significativa. Anche alcuni amplificatori Gibson dell’epoca montavano questo tipo di tremolo e tra questi troviamo il modello GA-19RVT (oggi rarissimo).

 

1964 Gibson GA-19RVT 15W 1X12 con tremolo a fotocellula

 

  • tremolo digitale : è il tremolo moderno che viene ottenuto attraverso un algoritmo. Come già avvenuto per gran parte degli effetti, il digitale ha ampliato le possibilità di regolazione, rendendo possibili tra le tante, forme dell’onda dell’effetto (tra poco vi spiegheremo di cosa si tratta) non ottenenibili con un tremolo di stampo vintage.

 

REGOLIAMO IL NOSTRO TREMOLO:

Premesso che un tremolo, da un produttore all’altro può avere peculiarità differenti, in generale troviamo almeno tre controlli che potremmo definire fondamentali per regolare l’effetto secondo le proprie necessità (controlli che in generale si trovano su qualsiasi tremolo in commercio).

Tra questi abbiamo:

RATE – regola la velocità di attivazione dell’effetto e più precisamente l’intervallo della pulsazione (cosiddetta) dell’effetto tremolo.

WAVE – regola la forma dell’onda.  Le più comuni sono la forma quadra e la triangolare, ma oltre queste due forme di onda che rappresentano un po’ quelle principali, nei moderni tremolo effects digitali si possono trovare un gran numero di varianti.

 

 

DEPTH – l’effetto tremolo, spiegato in parole semplici, agisce come un volume che si alza e si abbassa. Il controllo depth regola il range di apertura e chiusura del volume rendendo l’effetto più o meno udibile in base al livello a cui decidiamo di settare questo controllo.

 

CONCLUSIONI:

Il tremolo è un effetto che per molti anni è stato utilizzato quasi esclusivamente per colorare arpeggi di chitarra che facevano da tappeto sonoro di una canzone.

Negli anni però, molti chitarristi hanno cominciato ad utilizzarlo anche per ritmiche più corpose e parti solistiche.

In questo senso, un ruolo importante l’ha giocato l’evoluzione dell’effetto verso il mondo digitale, grazie al quale le possibilità di regolazione si sono notevolmente ampliate rispetto i tremoli vintage.

Come sempre però, tra moderno e vintage resta il “nodo” suono, tra chi preferisce il tremolo caldo degli amplificatori, chi si affida alle loro attuali repliche e chi preferisce la versatilità dei tremoli digitali odierni.

Come sempre quindi, a voi la scelta!

 

 

 

 

 

 

Guida agli effetti: il delay

Com’è nato l’effetto delay?

Nel corso degli anni, anche gli effetti per chitarra hanno avuto i loro alti e bassi in termini di diffusione e utilizzo.

I suoni di chitarra, da sempre, sono cambiati in base all’evolversi dei generi musicali e questo ha decretato in molti casi un vero e proprio abbandono di alcune tipologie di guitar-effects, magari ripescati nuovamente solo a distanza di anni.

Il delay però, ha sempre costituito l’eccezione alla regola e insieme a pochi altri effetti, è rimasto sempre e comunque largamente utilizzato, sopravvivendo al passare delle mode e dei generi musicali e rimanendo un alleato fedele tanto in studio per un fonico quanto per un chitarrista alla ricerca del suono perfetto.

Ma come funziona esattamente l’effetto delay?

Per spiegarlo in modo semplice, proviamo a partire dalla definizione del fenomeno fisico da cui trae origine, ovvero l’eco.

L’eco è la riflessione del suono contro un ostacolo quando la distanza di questo è tale che il suono di ritorno si distingue da quello di partenza

Ed è proprio qui entra in gioco il delay che prendendo spunto dal fenomeno naturale di cui sopra, ricrea artificialmente delle ripetizioni.

Col passare delle decadi e con la tecnologia che non ha mai smesso di evolversi, ad oggi è ormai assodato che esistono due grandi famiglie di effetto delay:

  • delay analogici (rappresentano un po’ le origini di quest’effetto e creano delle ripetizioni senza convertire il segnale in digitale, cosa che li rende particolarmente apprezzati dai “cultori” delle sonorità vintage)
  • delay digitali (rappresentano la rivisitazione moderna dell’effetto echo in cui il segnale originale viene replicato attraverso una conversione in digitale)

 

Partendo dai delay analogici, troviamo due diverse tipologie di effetto:

  • delay a nastro (sono in assoluto i più quotati tra i “puristi” dell’effetto delay; comunemente chiamati anche cassette echo, creano una ripetizione attraverso l’ausilio di un nastro magnetico)
  • delay elettronico (il ritardo viene creato attraverso l’utilizzo di circuiti realizzati con dei condensatori)

Il funzionamento di questi delay è certamente più complesso rispetto i moderni effetti digitali.

Il delay a nastro 

Il delay a nastro registra il segnale originale dello strumento attraverso l’ausilio di testine e crea delle ripetizioni sul nastro magnetico che si trova all’interno.

Ad ogni ciclo il segnale va man mano degradandosi e le ripetizioni restituite risultano estremamente calde e morbide nelle sonorità.

A questo si aggiunge il fatto che il nastro, non essendo preciso nel movimento, crea una modulazione che ricorda molto quella di un chorus.

La somma di questi elementi, dona al suono di chi utilizza questi delay sfumature che un moderno digital delay difficilmente riesce a riprodurre.

 

1960’s Maestro Echoplex EP-2

 

Oltre all’Echoplex (foto in alto) che rappresenta un po’ il capostipite dell’effetto delay come lo conosciamo oggi, un altro echo a nastro molto apprezzato è di sicuro il Roland Space Echo.

Roland Space Echo RE-201

 

Venne introdotto nel 1973 (nella foto in alto il modello RE-201), anch’esso a nastro e oggi molto ricercato dai collezionisti e utilizzatori dei delay di stampo vintage.

Infine, ma non certo per ordine di importanza, un altro echo a nastro molto apprezzato (e anch’esso oggi ricercatissimo) è stato sicuramente il Binson Echorec.

 

Binson Echorec 2

 

Prodotto in Italia (precisamente a Cinisello Balsamo), il Binson Echorec marchiò tra i tanti, il sound dei Pink Floyd durante l’era Barrett prima e l’era David Gilmour dopo.

Negli anni vennero realizzate svariate versioni di questo echo a nastro, ma il più apprezzato in assoluto resta ancora oggi l’Echorec 2 (foto in alto).

 

Il delay elettronico

I delay elettronici  (analogici anch’essi), fecero la comparsa nella decade ’70 e incorporano una tecnologia diversa.

Il loro funzionamento si basa sul circuito Bucket-Brigade che seguendo ampiezze predefinite di disposizione del circuito stesso, è in grado di creare delle ripetizioni unitamente ad un effetto chorus.

 

70’s Electro Harmonix Memory Man

 

La nuova tecnologia venne utilizzata sui primi Memory Man della Electro Harmonix negli anni ’70.

Anche in questo caso, i circuiti BB degradano il segnale restituendo una ripetizione calda e morbida con un risultato che seppur non uguale, ricorda molto quello dei precedenti echo a nastro.

Cosa importante (e ci teniamo a sottolinearlo), è che entrambe queste due tipologie di delay, “conservano” il segnale analogico originale.

 

Il digital delay

Tutt’altra cosa invece, è il funzionamento dei moderni delay digitali (nella foto in basso il Boss DD-3, evoluzione del DD-2 introdotto negli anni ’80 e padre dei moderni digital delay) .

 

Boss DD-3 Digital Delay

 

Il loro funzionamento si basa sull’elettronica pura (concedeteci il termine poco tecnico, ma che rende bene l’idea) .

Questo tipo di delay, opera convertendo il segnale originale che da analogico diventa digitale e lo processa tramite degli algoritmi specifici che creano le ormai famose ripetizioni.

La grande differenza con gli antenati analogici va ricercata proprio in questa conversione in digitale del segnale originale.

Grande precisione, possibilità illimitate di regolazione dei ritardi, eppure i puristi del cosiddetto true sound   difficilmente si affidano a questo tipo di effetto delay etichettandolo (forse in maniera troppo sommaria) come freddo e impersonale.

Vero è che da una parte un digital delay  non caratterizza in maniera particolare il nostro suono, ma dall’altra offre possibilità espressive ben maggiori e facilmente ottenibili grazie al gran numero di regolazioni possibili.

Inoltre è giusto ricordare che negli ultimi anni la tecnologia ha fatto grandi passi in avanti e i moderni digital delay, pur non creando ripetizioni calde come un echo a nastro, consentono comunque di avere a portata di mano effetti delay dalla qualità elevatissima racchiusi in soluzioni compatte e di facile utilizzo.

 

REGOLIAMO IL NOSTRO DELAY

In generale, esistono una serie di controlli fondamentali che è possibile trovare su tutti i delay reperibili in commercio e tra questi possiamo avere:

  • FX LEVEL : regola il volume dell’effetto
  • REPEATS/FEEDBACK : regola il numero di ripetizioni
  • DECAY : regola il tempo di decadimento dell’effetto
  • TIME : è il parametro che consente di regolare il tempo tra una ripetizione e l’altra
  • MODE/TYPE : in genere è un controllo di tipo switch  con dei tempi di ritardo pre impostati (comunque modificabili)

 

CONCLUSIONI

Oggi sul mercato è possibile reperire delay di ogni genere, dalle cassette echo a nastro vintage alle loro repliche (oggi ne esistono anche in versione stomp-box molto fedeli agli originali nelle sonorità), fino ai moderni digital delay.

La scelta tra digitale e analogico dipende dall’utilizzo che se ne vuole fare, ma è importante tenere sempre in considerazione il rapporto esistente tra costo, suono e praticità d’utilizzo (aspetto, soprattutto quest’ultimo, da tenere ben presente se stiamo pensando di acquistare un vecchio echo a nastro che per quanto eccezionale nelle sonorità, non rappresenta di certo la soluzione più pratica).

 

 

 

 

 

 

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